Venerdì 30 Luglio 2010 
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LA STORIA DEL CASTELLO - GLI SVEVI

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Nel 1177 Guglielmo II aveva sposato Giovanna, figlia di Enrico II d’Inghilterra. Il re normanno sarebbe morto senza eredi al trono. In relazione a ciò, morto il papa Alessandro III (1181), la politica filopontificia della Corona di Sicilia subì una battuta d’arresto a favore di un’alleanza con la Casa di Svevia; tant’è che nel 1186 Costanza d’Altavilla, sorella di Guglielmo, sposò Enrico VI figlio di Federico Barbarossa, proprio nella speranza di dare in ogni caso adeguata continuità alla monarchia della famiglia. Nel 1191 Enrico VI, divenuto imperatore, discese nell’Italia meridionale per contrastare le pretese sulla Corona di Sicilia avanzate da Tancredi, un altro Altavilla; ottenuta la vittoria, nel 1194, in ragione del matrimonio con Costanza, attuò l’"unio regni ad imperium", l’unione della Corona imperiale a quella di Sicilia. Proprio quell’anno 1194, il giorno 26 di dicembre, in una tenda posta nel centro della piazza di Jesi, Costanza d’Altavilla, in viaggio per la Sicilia dove doveva raggiungere il marito, dava alla luce un bambino che avrebbe fatto molto parlare di sé. Gli fu imposto il nome di Federico Ruggero, per ricordare la sua discendenza sveva e normanna. Di lì a poco sarebbe stato sufficiente il primo nome per far tremare chiunque, nel mondo conosciuto, avesse tentato di ostacolarlo. Era lo Stupor Mundi. Figlio di una madre anziana (allora, dopo la quarantina iniziava in genere l’inesorabile declino) e di un padre strappato alla vita appena trentatrenne, Federico rimase orfano di entrambi i genitori a soli quattro anni. La madre, prima di morire (1198), ebbe il tempo di farlo incoronare Re di Sicilia e lo affidò alle cure del Pontefice Innocenzo III. Incaricati della sua educazione furono i vescovi delle diocesi del Regno di Sicilia ed in particolare Gualtiero de Palearis, a quel tempo vescovo di Troia in Capitanata.
Il regno di Federico II fu la sintesi di tre civiltà, quella latino-germanica, quella siculo-normanna e quella araba. Egli personificò l’ideale dell’impero indipendente dalla Chiesa. Col suo “Liber Augustalis” e con le “Costituzioni melfitane” del 1231 creò il modello di monarchia assoluta fondata sulla giustizia e l’applicazione suprema della legge. All’imperatore si deve l’immissione nel parlamento di Foggia nel 1240 dei rappresentanti dei comuni di Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Trapani, Enna, Nicosia, Caltagirone, Augusta, Lentini. Tale disposizione precedeva di ventiquattro anni quella inglese, perché soltanto nel 1264 furono ammessi nel parlamento britannico i rappresentanti delle città e dei borghi, germe della futura Camera dei Comuni. Federico era filosofo acuto, matematico profondo e poeta (alla sua corte si sviluppò la prima poesia d’arte italiana). Promosse nel 1224 la fondazione dell’Università di Napoli. Compose un trattato di caccia col falcone, il “De arte venandi cum avibus”. Parlava ben sei lingue (latino, greco, arabo, francese, tedesco e italiano).
In quest’epoca uno dei primi baroni posti dagli svevi a capo del feudo di Calatabiano fu Arnaldo da Reggio che lo tenne fino al 1230. A questa data ne venne spogliato dallo stesso Gualtieri de Palearis originario di Jesi, il centro marchigiano che aveva dato i natali all’imperatore. Nominato vescovo di Catania nel 1228 il Palearis otteneva nel 1230 l’investitura dei feudi di Aci e Mascali nonché di Botteghelle ( l’attuale Fiumefreddo) e Calatabiano. Ma Arnaldo da Reggio non volle cedere il feudo ed il Palearis si recò a Messina dal legato pontificio Gregorio per riconfermare l’investitura. Alla fine per la reticenza di Arnaldo, il Palearis dovette acquistare il feudo di Calatabiano per la somma di quindicimila tarì. La visita del barone-vescovo Palearis alle sue terre fu preparata a Calatabiano con festeggiamenti dei quali lo storico Amico tramanda addirittura i particolari ornamentali. Federico II morì nel 1250. La Chiesa voleva evitare che lo stato pontificio fosse stretto a Nord e a Sud dai domini svevi. Per questo fomentò l’insubordinazione dei baroni ribelli del regno. Innocenzo III appoggiò la ribellione del calabrese Pietro Ruffo, marescalco del regno, il quale tentò di creare per se uno stato indipendente con capitale Messina accorpando i feudi di Castiglione, Francavilla, Taormina e Calatabiano. Per la sua sfrontata politica egli fu cacciato dall’isola nel 1258 ed il castello di Calatabiano tornò alla corona.
Testo : Arch. Daniele Raneri     Segue : La fine del sogno di Federico