A Federico III d’Aragona successe, come detto, il figlio Pietro il quale dovette affrontare non solo gli angioini nella persona di Roberto d’Angiò ma anche i baroni siciliani e le loro “guerre” private. Questa drammatica situazione fu affrontata non tanto dal re quanto dall’energico fratello Giovanni, marchese di Randazzo e vicario di Pietro alla sua morte avvenuta nell’anno 1342. Giovanni condusse bene la guerra agli angioini ma fu contrastato dalla nobiltà siciliana. Avvenne in questo periodo una spaccatura tra le famiglie nobili siciliane di origine latina e le famiglie nobili siciliane di origine spagnola. I “Latini”, prevalenti nella maggior parte dell’isola, erano: i Palizzi, i Montalto, i Lanza, gli Abate, i Ventimiglia, guidati dalla potente famiglia dei Chiaramonte; questi si schierarono con gli angioini. I “ Catalani”, aragonesi forti in val di Noto e a Catania, erano: i Cabrera, i Calcerando, i Lihori, i Peralta, i Moncada, capitanati dalla famiglia Alagona ; questi difendevano la dinastia aragonese.
Scrive Ferdinando Maurici nel suo saggio “La terra vecchia di Calatabiano”: il feudo in questo periodo si venne a trovare sul punto di frizione fra il potere dei “latini” Palizzi impadronitisi di Messina e quello dei “catalani” Alagona di Catania. Inizialmente il castello di Calatabiano è dalla parte della fazione latina e angioina. Questa scelta fu determinata dalla vicinanza di Calatabiano a Messina. Il signore del castello di Calatabiano era in quel tempo Manfredi di Chiaramonte il quale desiderava estendere il suo feudo alle vicine Mascali, Francavilla e Castiglione rimaste fedeli agli aragonesi. Le cronache riferiscono che la guarnigione del Castello di Calatabiano si unì all’esercito angioino per marciare contro Catania, roccaforte aragonese. La strategia di questa guerra era questa: conquistare Mascali, Francavilla e Castiglione per piombare contro il castello di Aci che sbarrava le porte di Catania. Mascali, che a quel tempo era cinta di mura, venne espugnata e gli angioini sperarono in una rapida vittoria. I prigionieri mascalesi furono rinchiusi nel castello di Calatabiano.
Scrive il Fazello nella sua “Storia di Sicilia Deca II libro IX cap.V”: “Laonde i taorminitani e i calatabianesi, i quali provocati una volta, s’erano astenuti dall’arme, ripigliandole di nuovo assaltarono Mascali e presala per la forza e saccheggiatala vi posero il fuoco e la rovinarono insin da fondamenti, arsero poi gli amenissimi campi di Catania e guastarono col fuoco e col ferro le bellissime ville che le sono intorno..” Fino al 1354 lo stesso re Ludovico, muovendo contro Milazzo pervenne a Calatabiano con il suo seguito catalano chiedendo l’apertura delle porte. Gli abitanti risposero che avrebbero accolto volentieri Ludovico come re di Sicilia a patto che i seguaci degli Alagona restassero fuori: extra terram et burgum La terra di Calatabiano tornerà all’obbedienza regia soltanto nel Maggio 1355. Il castello si consegnerà alla fine di Luglio ad Artale Alagona che ne avrebbe fatto base per ulteriori operazioni militari. Nel 1356 millecinquecento fanti angioini assediavano Catania. Ma la flotta siciliana e aragonese guidata da Artale Alagona spezzava l’assedio sconfiggendo la squadra navale angioina nel porticciolo di Ognina. (allora non lambito dalla lava).
La popolazione di Calatabiano scese in campo questa volta contro gli angioini insieme alle guarnigioni delle località vicine (taormina Francavilla e Castiglione). Manfredi di Chiaramonte allora si premurò di stipulare il matrimonio di sua figlia Costanza con Antonio Carretto (nobile di origine spagnola) nella speranza di salvare il feudo di Calatabiano. Gli angioni furono costretti a togliere l’assedio da Catania e ritirarsi verso Messina. Proprio nella piana di Calatabiano dovettero accettare battaglia ma vennero sconfitti dagli aragonesi perdendo duemila uomini. Nonostante il castello appartenesse a Costanza di Chiaramonte il 24 Agosto 1357 Artale Alagona entrava trionfalmente in Calatabiano liberando i prigionieri della città di Mascali ed espoliando del possedimento la nobile “latina”. Fino al 1390 (data della morte di Artale Alagona) il castello rimase in mano a questa famiglia. Nel frattempo il papa Gregorio XI mise fine alla contesa tra Angioini e Aragonesi col trattato di Avignone del 1372.
La Sicilia impoverita da decenni di guerre feudali perdeva la maggior parte dei diritti acquisiti sin dal tempo dei re normanni. Primo tra tutti il potere della Legazia Apostolica, il sovrano siciliano non avrebbe più potuto nominare vescovi. La Sicilia doveva fornire al pontefice tutto il frumento che questi riteneva necessario. Tutti i beni ecclesiastici incamerati dal demanio regio durante la guerra dovettero essere restituiti. Ma gli spagnoli rimasero gli unici padroni dell’isola. A Calatabiano i signori del castello erano divenuti i Peralta fino al 1395, dopo i quali il feudo andava a Bartolomeo Alagona e poi ai Romano conti di Cesarò i quali lo cedettero a Berengario Cruyllas in cambio del castello di Montalbano.
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